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martedì 7 febbraio 2012

NFL: Eli Manning, l’uomo del quarto periodo

C’era qualcosa che pareva contrastare tra ciò che Eli Manning aveva appena dichiarato in un caldo giorno d’agosto e quello che rappresentava invece il pensiero generale su di lui.
Il membro di una delle famiglie più note nel mondo del football stava conducendo un’intervista più spigliata del solito, gestita meno timidamente rispetto agli inizi di carriera, priva dei mono-sillabi pronunciati da chi prova un minimo di difficoltà ad aprirsi davanti a degli sconosciuti.
Dimenticandosi di quando in confronto al fratello maggiore Peyton appariva costantemente goffo ed impacciato, Eli aveva deciso di fornire a chi lo intervistava un’idea di sè che ne rimarcasse la sicurezza nei propri mezzi, una qualità mai ostentata dal più giovane dei tre figli di Archie, ex regista di una delle edizioni più disastrate dei New Orleans Saints, qualità al tempo stesso sottolineata troppo poco spesso dagli addetti ai lavori anche di fronte ad un Super Bowl vinto nella stagione 2007, con tanto di titolo di Mvp a corredo, ed un posticino di rilievo nella storia del football.
Il giornalista gli aveva appena chiesto se si considerasse appartenente alla stessa categoria di Tom Brady, Aaron Rodgers, e del suo stesso fratellone Peyton, ricevendo una risposta sicura. Affermativo.
Molti si chiesero semmai Eli si fosse ricordato di essere stato, solo pochi mesi prima, il quarterback più intercettato della lega (25 intercetti), nonchè condottiero di una squadra incostante e frustrante, che pareva fare il necessario per far eruttare coach Coughlin portandolo perennemente ai limiti della pazienza, una squadra che non pareva si sarebbe mai affermata quale firmataria di una possibile dinastia, una franchigia che aveva avuto il merito di fermare la corsa perfetta dei Patriots, ma che nelle tre stagioni successive non era nemmeno stata capace di guadagnarsi la post-season. Sembrava tutto accaduto per caso, pareva addirittura quasi privo di rilevanza.
Ma la fiducia in se stesso, peraltro mostrata in pubblico con la stessa intensità con cui potrebbe preparare una pizza fatta in casa, Eli Manning non se l’è mai fatta mancare e, a modo suo, si è sempre interessato che la stessa venisse percepita a dovere dai suoi compagni. A modo suo.
Non si è mai curato del fatto che fosse stato etichettato a vita come un leader troppo silenzioso, poco emozionale, così come non gli interessava che i detrattori ne delineassero la mancanza di vocalità abbinandola all’assenza di attributi, un errore di sotto-stima che esteriormente pareva non sfiorare nemmeno la calma e la tranquillità con cui il quarterback dei Giants ha sempre gestito ogni aspetto del suo gioco, e probabilmente della sua vita stessa, come lasciato intendere dalle numerose interviste rilasciate in settimana da mamma e papà, tartassati a dovere sull’argomento da ogni giornalista che avesse l’occasione di porgere loro una domanda un pò più intima del normale.
Il piccolo Manning non è più piccolo. Non dopo aver vinto il secondo Super Bowl di carriera nel giro di un quadriennio, non dopo aver ottenuto il secondo titolo di Mvp della finalissima nel medesimo spazio temporale.
La prestazione fatta vedere ieri notte è stata solamente il punto esclamativo di una stagione di maturità definitiva, giunta a livello tattico come anche a livello mentale, una naturale conseguenza di ciò che Eli aveva fatto vedere durante l’altalenante stagione regolare dei suoi Giants, quando ancora in pochi erano disposti ad ammettere che in lui c’era davvero la stoffa del grande campione. Figura, questa, che sembrava più vicina ad esempio al modo di giocare automatico di Aaron Rodgers, all’intensità emotiva di un Tom Brady capace di caricare a molla i compagni trasformandosi completamente rispetto alla normalità, alla riconosciuta leadership di un Drew Brees che qualsiasi cosa faccia ha sempre dato l’impressione netta di avere la situazione sotto controllo.
Caratteristiche, queste, che Eli Manning ha sempre celato dietro ad un carattere schivo, poco espansivo. Ma soprattutto caratteristiche che lui stesso ha imparato a sviluppare ed a mettere, sempre a modo suo, a disposizione dei compagni.
Il regista dei Big Blue non è stato solo il miglior giocatore del Super Bowl, premio soffiato per la seconda volta in quattro anni proprio a Tom Brady, è stato altresì il giocatore simbolo della stagione dei Giants, arrivati con le spalle al muro alla fine della regular season qualificandosi per il rotto della cuffia, affrontando gare di intensità playoff ben prima che la post-season cominciasse.
Ad inizio anno gli si chiedeva semplicemente di sfruttare le numerose opzioni a disposizione migliorando l’intesa con i ricevitori - peraltro in parte responsabili di quei tanti intercetti del 2010 – e di ridurre il numero di turnovers, ma lui ha fatto molto, molto di più. Ha preso per mano l’attacco e lavorato con ciò che aveva a disposizione, ovvero un gioco di corse molto limitato, prevedibile, ed una batteria di ricevitori piena di talento sconosciuto (Nicks a parte) che ha dovuto fare i conti con qualche infortunio di troppo, e con il continuo test mentale da superare quando ogni dannata domenica c’è qualcuno che dubita di te, e tu devi provare il contrario.
Ha fatto registrare 15 passaggi da touchdown stagionali nel quarto periodo, record ogni epoca per la Nfl, alzando notevolmente il livello delle proprie prestazioni nel rush finale, perdipiù con la squadra eternamente alle prese con situazioni al limite, difficili da sbrogliare. Ha risvegliato la franchigia da un torpore generale che aveva causato 5 sconfitte in 6 partite, non certo il tipo di striscia che ci sia attende da una contendente al Super Bowl, ed ha vinto gare importanti gestendo drive fondamentali senza mai perdere la calma, facendo intravedere una freddezza invidiabile, che raramente in precedenza gli era stata riconosciuta.
Così ha fatto in stagione regolare facendo acciuffare ai suoi – chiaro, in concomitanza di numerosi altri fattori, su tutti la difesa e la coesione della  linea offensiva – la corona della Nfc East, equivalente all’unico accesso possibile per quella division ai playoffs, per poi cancellare dal campo i Falcons davanti al pubblico di New York nella Wild Card, ed aggiungere quindi altre prestigiose vittorie in trasferta ad un curriculum già molto buono in tale materia (7 vittorie di carriera nei playoffs in trasferta non sono poche) battendo Rodgers, la difesa dei 49ers e Brady, tutti ostacoli che parevano puntualmente proibitivi per i Big Blue. E che altrettanto puntualmente sono stati superati.
La storia è la stessa di quattro anni fa, le coincidenze si sprecano.
Qualificazione al Super Bowl ottenuta con un Championship Nfc vinto in trasferta all’overtime con un calcio di Lawrence Tynes. In finale, stesso avversario, circostanze e sviluppi della faccenda quasi analoghi, seppur dettati dalla evidente diversità tra le squadre che giocarono allora e quelle scese in campo domenica notte.
Stesse modalità di vittoria, una presa fantascientifica, stavolta di Mario Manningham, per alimentare la serie di giochi del sorpasso, davanti agli occhi di quel David Tyree che osservava compiaciuto dalla sideline pur non appartenendo più al roster di New York, ma emblema di quella ricezione  impossibile che fece continuare il drive poi terminato con la presa vincente di Plaxico Burress. Quella di Manningham, oltre ad aver fatto perdere un timeout prezioso a Bill Belichick a causa del challenge perso, ha invece consentito il proseguimento di una serie bizzarra, culminata con l’indecisione che passerà come una delle istantanee più memorabili nella storia del Super Bowl, quella di Ahmad Bradshaw, che non sapeva se entrare o no in meta.
Infine, la coincidenza più incredibile di tutte. L’aver vinto a casa di Peyton, il predestinato per la Hall Of Fame, ed oggi superato dal fratellino per numero di titoli vinti in carriera, un metro di paragone che potrebbe fare da argomento intrigante per cominciare a parlare, un domani, di un busto raffigurante l’effigie priva di emozione di Eli. Il quale è entrato a far parte di un circolo di grandi campioni molto ristretto, undicesimo quarterback nella storia della lega ad ottenere due o più titoli, ponendo il suo nome nella stessa riga di quelli di Joe Montana, Troy Aikman, Terry Bradshaw, Bart Starr, ed altri che solo a sentirli fanno venire i brividi dall’emozione.
Eli Manning ha vinto il Super Bowl con il suo stile, per mezzo della classica rimonta nel quarto periodo, caricandosi di responsabilità ed avendo la fiducia di ogni singolo compagno di squadra. Una squadra che, come quattro anni fa, era l’unica a credere di poter vincere tutto, e così è stato. Il pensiero degli altri si è rivelato ancora una volta essere superfluo, utilizzabile come motivazione e nulla più.
A chi gli chiedeva di ridurre il numero di intercetti ha risposto lanciandone uno solo in tutti i playoffs. A chi gli diceva di non essere un leader ha risposto in silenzio, sicuro della fiducia incondizionata dello spogliatoio. A chi gli diceva che sarebbe rimasto per sempre nell’ombra del suo fratello maggiore, ha risposto con la stagione che ha consacrato la sua maturità, cementando l’ingresso definitivo e indiscutibile in quella categoria d’elite alla quale lui stesso sosteneva di appartenere già da prima.
Oggi il piccolo Eli è il Manning più vincente nella storia della Nfl.
Con la stessa calma con cui prenderebbe il sole in spiaggia, ha fugato per sempre ogni dubbio a riguardo.
Belichick e Brady ne sanno qualcosa.

Ibra, tre turni e niente Juve: "Ho fatto una cazzata"

Mano pesante del giudice sportivo che ha inflitto all'attaccante svedese tre giornate di stop per il buffetto rifilato ad Aronica. La società rossonera ha annunciato il ricorso: il 25 c'è la Juve. Galliani: "Condotta antisportiva ma non violenta".

Stangata su Zlatan Ibrahimovic: tre giornate di squalifica dopo lo schiaffo rifilato ad Aronica durante Milan-Napoli. Salterà anche il big match contro la Juve. L'attaccante svedese è stato squalificato per tre giornate "per avere, al 19' del secondo tempo, a giuoco fermo, colpito un calciatore avversario con uno schiaffo al volto; infrazione rilevata da un assistente". Il buffetto ad Aronica, per il quale invece non è scattata per il momento la prova televisiva dopo la manata a Nocerino, costa dunque cara a Ibrahimovic che salterà la gara di sabato contro l'Udinese, quella del 19 febbraio a Cesena ma soprattutto il match-clou di San Siro del 25 contro la Juventus. Il Milan ha annunciato il ricorso, impugnando la decisione del Giudice Sportivo.

"Ho fatto una cazzata, ho sbagliato. Ma il Milan farà bene anche senza di me". Ibra intanto fa 'mea culpa'. Striscia la Notizia ha consegnato il Tapiro d'oro all'attaccante rossonero: "Non servivano le telecamere per quello che ho fatto. Ho sbagliato", ammette. L'attaccante non è preoccupato per le sorti del  Milan: "Ho fiducia nella squadra. Farà bene anche senza di me". Poi un'ultima battuta sul collega-amico Antonio Cassano: "Cosa mi ha  detto? Si è messo a ridere".

Galliani non ci sta - "Ho rivisto le immagini, quello di Ibrahimovic era un buffetto, si tratta di condotta antisportiva ma non violenta. Per me sarebbero due giornate quindi, ma non faccio il giudice sportivo purtroppo. Abbiamo fatto ricorso, vedremo". Lo ha detto l'amministratore delegato del Milan Adriano Galliani a margine della premiazione dei Cronisti lombardi sportivi.
"Col giocatore ho un buonissimo rapporto - ha proseguito Galliani - mi aveva chiesto di chiamarlo appena ci sarebbero state notizie. Era dispiaciuto ma l'ho rincuorato. Nei prossimi otto giorni giochiamo tre partite in tre competizioni diverse e lui giocherà due su tre".
L'ad rossonero ha poi parlato della sfida scudetto con la Juventus: "I rapporti con loro sono buonissimi, come campioni d'Italia è giusto che noi siamo i favoriti, gli infortuni però ci penalizzano, con tutti questi giocatori in infermeria credo che i favoriti siano quelli della Juve (ride, ndr)".

Doping, Contador sospeso 2 anni. Perde Tour 2010 e Giro 2011

La decisione choc del tribunale dello sport di Losanna sullo spagnolo. La squalifica decorre dalla Grande Boucle 2010. Il capitano Saxo Bank perde i successi nelle due corse a tappe: potrà tornare in sella dal 5 agosto. Merckx: così uccidono il ciclismo.

Il Tribunale d'arbitrato sportivo (Tas) ha squalificato per 2 anni Alberto Contador. Il corridore spagnolo è stato sanzionato per la positività al clenbuterolo nel Tour de France del 2010. La squalifica, al termine di un procedimento di quasi 18 mesi, decorre dalla Grande Boucle di 2 anni fa, vinta proprio dallo spagnolo. Contador potrà tornare a correre il 5 agosto di quest'anno.

Dovrà saltare, quindi, il prossimo Tour de France. L'atleta, inoltre, viene privato del successo conquistato nel Tour 2010 e in quello ottenuto al Giro d'Italia 2011. Tali provvedimenti sono destinate a modificare l'albo d'oro delle due corse: la maglia giallo del Tour de France 2010 dovrebbe passare al lussemburghese Andy Schleck, il vincitore del Giro 2011 dovrebbe diventare Michele Scarponi.

Contador, che a questo punto non potrà partecipare nemmeno alle Olimpiadi di Londra 2012, ha sempre spiegato la positività facendo riferimento all'assunzione di carne contaminata. La versione ha convinto la federciclismo spagnola, che ha assolto il corridore. La vicenda è approdata al Tas per il ricorso dell'Unione ciclistica internazionale (Uci) e dell'Agenzia mondiale antidoping (Wada). L'Uci, in una nota, accoglie con soddisfazione l'epilogo di una vicenda "lunga e dolorosa per il ciclismo". Il presidente Pat McQuaid evidenzia comunque che "questo è un giorno triste per il nostro sport. Qualcuno potrebbe pensare ad una vittoria, ma non è affatto così. Non ci sono vincitori quando si tratta di doping: ogni caso, a prescindere dalle caratteristiche, è sempre un caso di troppo".

"E' una notizia molto triste e spiacevole per il ciclismo spagnolo e più in generale per lo sport del nostro Paese". Juan Carlos Castano, presidente della federciclismo spagnola (Rfec), parla in questi termini della sanzione a Contador. "Come federazione speravamo che la sentenza del Tas fosse positiva", ammette Castano, che ha cercato invano di mettersi in contatto con Contador. "Il suo telefono era sempre occupato", spiega il dirigente della Rfec.

"La squalifica è conforme al codice, è un atto di giustizia". Questo il parere del presidente della Fci, Renato Di Rocco. "La federazione spagnola è incommentabile -ha aggiunto- così come il governo iberico sul tema dell'antidoping. Per fortuna ci sono organi terzi e superiori che fanno rispettare le regole".

Fuori dal coro Eddy Merckx, ex campione belga. La sentenza di condanna emessa dal Tas nei confronti di Contador trova in lui un oppositore. "Penso che sia ingiusto nei confronti del  nostro sport. E' come se qualcuno volesse la morte del ciclismo", ha  detto a chiare lettere ai microfoni dell'emittente radiofonica Rtl, ricordando poi che "il nostro è lo sport che fa il  maggior numero di controlli antidooping". Il processo nei confronti di Contador è durato circa un anno e mezzo. "E' una cosa illogica e  triste, lo trovo veramente triste", ha rincarato la dose Merckx.

Borussia saluta e se ne va. Lo United non molla mai

Zidan e Sala, rispettivamente giocatori di Magonza e Amburgo, hanno fermato Schalke e Bayern interrompendo la convivenza in cima alla classifica della Bundesliga del trio formato appunto dai Campioni in carica (vittoriosi 2-0 a Norimberga in virtù dei gol di Kehl e Barrios), dal club di Monaco di Baviera e da quello di Gelsenkirchen. In Premier il City stacca i cugini grazie alla contemporanea vittoria del club di Mancini e al pareggio dei Red Devils contro il Chelsea.

ROMA - Juergen Klopp, tecnico del Borussia Dortmund, dovrebbe - come minimo - inviare loro un telegramma di ringraziamento. Destinatari Jacopo Sala dell’Amburgo e Mohamed Zidan del Magonza. Il perché è presto detto: con le loro reti l’ex atalantino, arrivato nella città anseatica via Chelsea, e l’egiziano, «quasi» omonimo del fuoriclasse francese, hanno bloccato sul pareggio (1-1) rispettivamente Bayern e Schalke 04, interrompendo la convivenza in cima alla classifica della Bundesliga del trio formato appunto dai Campioni in carica (vittoriosi 2-0 a Norimberga in virtù dei gol di Kehl e Barrios), dal club di Monaco di Baviera e da quello di Gelsenkirchen. Anzi, Olic e Obasi hanno raddrizzato (in parte) le rispettive baracche, limitando i danni e lasciando scappare i borussiani a +2. Resta sempre aggrappato al gruppo di testa il Borussia Moenchengladbach, tornato da Wolfsburg con uno 0-0 piccolo piccolo.

IL CITY TORNA PRIMO - Liquidata la pratica Fulham con grande scioltezza (3-0) con le firme di Aguero (rigore) Baird (autogol) e Dzeko, Roberto Mancini e i giocatori del Manchester City si sono messi davanti alla televisione per assistere a Chelsea-Manchester United. E quando i Blues si sono trovati in vantaggio 3-0 (autorete di Evans, Mata e David Luiz) hanno sperato di essere tornati a staccare i «cugini» di tre lunghezze. Ma non avevano fatto i conti con l’orgoglio dei Red Devils, i quali - aiutati anche da due rigori (il secondo assai generoso) concessi dall’arbitro Webb e trasformati da Rooney - in poco meno di mezz’ora hanno agguantato il pari (il terzo gol siglato da un colpo di testa di Hernandez). E nel finale un paio di miracoli compiuti dal discusso portiere De Gea hanno permesso alla compagine di Sir Alex Ferguson di tenere il risultato e di limitare a due soli punti lo svantaggio.

STANCHE - Real Madrid e Barcellona proseguono la corsa in vetta alla graduatoria della Liga, anche se entrambe hanno mostrato di essere un po’ appannate. La squadra di José Mourinho ha vinto il «piccolo derby» in casa del Getafe grazie alla rete di Sergio Ramos, mentre quella di Pep Guardiola ha rischiato più del consentito nel regolare al Camp Nou la Real Sociedad: a segno il baby Tello e Messi (gol n. 23 in campionato). Quando, però, Vela ha riaperto la gara, il Barça ha tremato sino al fischio finale.

POKER PSG - Carlo Ancelotti ha centrato il quarto successo consecutivo - tra Ligue 1 e Coppa di Francia - della sua gestione al Paris Saint Germain. L’ultimo (3-1, davanti ai tifosi del Parco dei Principi) è stato assai sofferto contro la matricola Evian. Chiusi i primi 45’ sotto di una rete (Cambon), la capolista ha ribaltato il risultato con una doppietta del brasiliano Nené e un acuto di Gameiro. Il Montpellier, comunque, non molla e, seppur di misura ha battuto in casa il Brest con un gol di Dernis.

Sei Nazioni, i fantastici XV: i migliori del primo turno

Antonio Raimondi, la voce del rugby su Sky, mette in campo i giocatori che nella giornata d'esordio del Sei Nazioni sono partiti in quinta. Ghiraldini, Barbieri in grande spolvero tra gli azzurri. Scoprili tutti e dì la tua su questo "fanta-team".
Il gioco funziona sempre fin dai tempi più remoti del bar sport. Funziona anche in televisione, dove tra, come eravamo e elenchi di cose da fare, si riempiono i programmi. Allora perché non fare il nostro quindici della settimana e metterlo a confronto con le vostre opinioni? Eccovi quindi un quindici ideale:

1. Cian Healy (Irlanda) – solido a sufficienza nel gioco chiuso, gran lavoro in giro per il campo.

2. Leo Ghiraldini (Italia) – Una presenza costantemente positiva, con la necessità di adattarsi alla nuova organizzazione difensiva dell’Italia.

3. Nicolas Mas (Francia) – L’esperienza per convertire una mischia italiana nel punto di partenza di una meta francese.

4. Richie Gray (Scozia) – Esuberante e giovane, una candidatura per la selezione dei Lions che andranno in Australia nel 2013.

5. Pascal Pape (Francia) Abrasivo e sempre nel vivo della battaglia

6. Ryan Jones (Galles) Riportato in terza linea, nel primo tempo fa dimenticare Lydiate, è calato un po’ nel secondo tempo.

7. Robert Barbieri (Italia) – Se l’è giocata con Thierry Dusatoir, il fatto che vesta l’azzurro italia, ha aiutato la scelta.

8. Toby Faletau  (Galles) – Aveva impressionato in Nuova Zelanda al mondiale, continua con solidità difensiva e grandi capacità di portare avanti il pallone.

9. Mike Phillips (Galles) – Partita di sostanza, un po’ da mediano, un po’ da terza linea, per tenere sempre occupate le terze linee irlandesi.

10. Charlie Hodgson (Inghilterra) – Al ritorno nella ribalta internazionale ha fatto bene i compiti a casa e l’intercetto della non è arrivato per caso.

11. Julien Malzieu (Francia) – Mantiene la forma del miglior giocatore della prima fase di Heineken Cup. Inarrestabile.

12. Wesley Fofana (Francia) - Debutta a 24 anni e segna una meta, mettendo in difficoltà costantemente la difesa italiana.

13. Jonathan Davies (Galles) – Due mete e tanto lavoro in difesa, da dividere con il compagno Jamie Roberts.

14. George North (Galles) – Devastante per la difesa irlandese. Alla potenza aggiunge tecnica, come nel sottomano per la meta di Jonathan Davies. E non ha ancora compiuto venti anni.

15. Rob Kearney (Irlanda) – Spettacolare nella battaglia aerea.

Liverpool, non basta Suarez finisce 0-0 col Tottenham

Nei Reds l'uruguaiano rientra dopo la lunga squalifica e gioca l'ultima mezz'ora, ma non basta. Senza reti il posticipo di Premier contro gli Spurs
Liverpool e Tottenham non riescono a trovare la via del gol in un Monday night vibrante, ma con poche occasioni da rete. Gli Spurs si accontentano di un punto che li lascia a sette e a cinque lunghezze dalle lepri di Manchester, City e United rispettivamente. I Reds ci provano con più convinzione, ma alla fine fanno soltanto un passettino avanti verso l’ultima poltrona buona per la Champions, che rimane a 4 punti di distanza.

REKDNAPP TRADITO DALL’AEREO — Dopo una riflessione lunga 40 giorni, a seguito dell’affare Evra, il comeback del Pistolero Suarez è graduale e ricomincia dalla panca. King Kenny si affida al trio d’attacco che ha sbancato Wolverhampton, con Kuyt e Bellamy ad affiancare Carroll, e il capitano Gerrard dieci metri più indietro. Luis Enrique è assente, a pattugliare le fasce ci sono Kelly e Johnson. Redknapp, impegnatissimo nel processo per evasione fiscale a suo carico, fallisce il blitz ad Anfield a causa di un aereo bizzoso che non riesce a lasciare la capitale inglese. Harry lascia il timone al fido Bond che, come prima cosa, fa la conta degli abili e arruolati. Perché Lennon, Van der Vaart, Defoe e Gallas sono tutti fuori causa. Livermore si accomoda allora in mediana; Kranjcar, Modric e Bale inventano e spingono; Adebayor si muove da pivot davanti a tutti.

PIÙ LIVERPOOL
— Fischio d’inizio e via per un concentrato d’intensità, dinamismo e calcio verticale. Aggiungetevi la colonna sonora di un Anfield tirato a lucido, e la partita diventa uno spot pubblicitario per l’English football più autentico. I Reds fanno la partita, il Tottenham s’inventa delle ripartenze taglienti come un coltello affilato. Kranjcar testa Reina da fuori, ma non fa nemmeno il solletico al madrileno. Spearing prova la rasoiata da 25 metri, è a lato di un niente. Al 40’ Johnson pensa al cross, ne esce un tiro che quasi sorprende Friedel, ma il portiere a stelle e strisce rimedia in extremis. Scende il sipario sul primo tempo con una bordata ancora di Johnson che il numero uno degli Spurs rintuzza con i piedi.

BALE E SUAREZ SPRECANO
— Il match cala di tono dopo la pausa. Bale scavalla sulla corsia, destra per l’occasione, Agger lo sfiora, e il gallese si butta. Ne nasce una baruffa che l’arbitro disinnesca con un giallo al mancino degli Spurs. Al 59’ Friedel è reattivo sulla conclusione dalla distanza di Kelly. Il Liverpool ha bisogno di una scintilla: Dalglish esegue, gettando nella mischia Suarez. L’uruguagio inizia però col piede sbagliato, e rimedia un’ammonizione per un intervento su Parker che è più scomposto che cattivo. Tra i londinesi debutta l’ex Everton Saha che rileva uno svogliato Adebayor. È ancora il Liverpool a spingere con maggior convinzione, ma Carroll sciupa un’ottima occasione sparando alle stelle da non più di dieci metri. Negli ultimi 5 minuti Bale e Suarez si sfidano a chi si divora la chance più gustosa. Il gallese conclude uno scatto dei suoi con un sinistro debole, e il sudamericano incorna il centro di Gerrard in bocca a Friedel.

Toro Rosso STR7: svelata la nuova vettura di F1 del team di Faenza

Ecco la vettura di Daniel Ricciardo e Jean-Eric Vergne.

La Scuderia Toro Rosso ha presentato a Jerez la sua nuova vettura di F1 per la stagione 2012, la Toro Rosso STR7.

Come previsto, la vettura sfoggia a sua volta il muso con lo scalino, una soluzione ormai comune tra le Formula 1 di quest’anno, McLaren a parte.

La Toro Rosso sarà spinta anche quest’anno dai motori Ferrari mentre i piloti saranno Daniel Ricciardo e Jean-Eric Vergne.
“Quando sabato alle 10.00 abbiamo caricato la macchina non ero convinto che avremmo fatto in tempo, c’era così tanta neve, ma ce l’abbiamo fatta” ha dichiarato il team boss Franz Tost durante la conferenza stampa.“La STR7 è la terza vettura progettata, fabbricata e assemblata completamente dalla Toro Rosso. Abbiamo investito molti soldi nell’infrastruttura e speriamo che i risultati arrivino in questa stagione. Gli investimenti sono stati possibili solo grazie a solidi partner. Domani gireremo per la prima volta on la nuova vettura, è sempre qualcosa di molto speciale. Abbiamo due nuovi e capaci piloti, e sono convinto che entrambi faranno un buon lavoro. L’anno scorso abbiamo chiuso il campionato in ottava posizione e quest’anno speriamo di fare meglio, settimi o ancora meglio”.

La nuova Toro Rosso STR7 debutterà domani con Daniel Ricciardo.

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